martedì 28 maggio 2013

Prospettive della distanza (verrà la morte a mettere ordine a questa mia vita).


C'è, ci sarà sempre, qualcosa di dannatamente sbagliato in quello che faccio
è un morbo non letale di essere nel mondo.
E' tutta la mia vergogna: è il motivo per cui non parlo
è la lingua che traduce la disaffezione di chi ti sta attorno.

A questa età nessuna debolezza è scontata, alla fine tutto va a processo
e la mia passività è il peccato mortale che sconto in questo inferno.

Si possono colmare dello stesso colore le distanze tra due punti di fuga,
una volta scoperti inconciliabili gli orizzonti che li generano?

Mettere in prospettiva - una buona volta - la mia vita, senza emblemi, solo dati reali
La distanza infinita si ridurrà e chissà se farà paura?!
Io è nel tempo dell'impossibile che viaggio liberamente: di quella libertà che rende inaffidabili; per cui vili...
sono un sasso colpito nel vuoto, moto infinito di eterno scompiglio.

Prenditi la testa tra le mani, fallo velocemente!
Disillusione, nessun tempo di ripresa.
Respiri ancora e questo ti deve bastare.
Svegliati dal letargo del sogno,
in nessun modo sarai meno solo.

martedì 23 aprile 2013

tempo primo

Tempo
da progressione ed evoluzione,
a cristiano ascendente verticalismo 
poi algebrica circolarità;
ora informalità, campo aperto del diffondersi e dell'ondeggiare avanti indietro: 
pura visibilità pittorica di rappresentazioni sempre in divenire 
frattali aperti di luce, pieghe dell'esteriorità e sangue zampillante.
  
Tempo genera rimpianti
come andate e ritorni:
succoso e silenzioso approfittare 
quotidiano dei vent'anni che non ho mai avuto.

giovedì 28 marzo 2013

al nulla, anticamera della vita e della morte

Da bambino c'erano delle cose che mi facevano vivere,
adesso sono diventato grande, e ci sono solo cose che mi tengono in vita
sono invecchiato senza vedere il mondo, e quello che ho studiato nei libri di scuola me lo sono dimenticato: sono senza mondo


io sono un figlio mai nato, un nome abortito, lo spettro onnipresente delle preghiere, sono ogni spazio e tutti i tempi, sono una lingua mai parlata, sono l'orecchio universale di chi non sa cos'è la musica, sono l'ultimo lembo di terra nelle profondità marine e il picco più alto, sono l'infinito dall'orizzonte in poi, sono la parte che non vedi dall'altra parte della montagna;

sono la retorica ed il ricordo, non sarò mai poesia né storia
lo specchio in cui mi guardo ora non mi restituisce un riflesso: probabile che io non sia niente
dunque cos'è questo frastuono, e perché lo sento vomitarmi nell'anima?

mercoledì 8 febbraio 2012

CRONACHE DAL BASSO

Detesto tutto ciò che è diverso da me. Per questo cerco di conoscere, frequentare, persino ammirare le forme ed espressioni altrui. In realtà il mio è un tentativo disumano di farmelo piacere, di andarci d’accordo forzando una proiezione verso l’esterno così da ammutolire il disprezzo per gli altri che inquina la mia vita.

Non credo di aver mai incontrato nessuno che non abbia almeno per un attimo disprezzato. Con chiunque, dopo tutto, sento di poter avere qualcosa del mio peggio da condividere. Avere continuamente un congegno a portata di mano per misurare la distanza tra me e gli altri. Questo sono “gli altri”, per me. E così dovrebbe essere per tutti.

Qua sotto, da dove vedo le parti più intime e scandalose della vostra condotta, il mondo appare esser il mio psichiatra, enciclopedia in cui ritrovo la spiegazione dei limiti, paure, fobie, ribrezzi che per larga parte mi contraddistinguono. La sopra trovo la prova ultima dell’infondatezza della mia stessa libertà.

Nutro sentimenti contrastanti nei confronti della libertà. Molti son talmente liberi da disgustarmi. Io non amo ciò che svolazza perché da quaggiù non riesco mai ad afferrarlo, e dopo tutto nemmeno a comprenderlo (ammesso che ci sia qualcosa da capire in coloro che vagano senza meta, o cambiano destinazione ad ogni svolta).

A dire il vero, la libertà – l’essere liberi in quanto miscuglio di indipendenza, autoreferenzialità e spiritualità – è una forma di vigliaccheria socialmente accettata, prodotta a dismisura poiché incentivata ed innalzata al rango di valore.

Qualsiasi genere di emancipazione – femminile, razziale, politica, democratica, sessuale – finisce per ingannare ed accecare. Da un lato perché spesso “libertà” è una parola vuota; dall’altro perché l’unica libertà realizzabile è quella di scegliere di non essere liberi. Non essere liberi, o non essere niente. La sola manifestazione di coraggio che spetta agli uomini è quella di limitare la propria libertà. O almeno, da quaggiù sembra così.

La democrazia è stata battezzata annullando ancor più le singole libere volontà ed affidando le redini politiche di una collettività ad una super-minoranza: essa si pone alla guida della mega-maggioranza auto-privata di un certo grado di potere riconoscendo legittimo una data rappresentanza, costituita di un numero relativamente basso di esemplari umani (in realtà una rappresentazione fallace).

L’emancipazione delle donne, dei gay, delle minoranze etniche, quando radicale ovvero fedele all’ideale della pura libertà, pare proprio infognarsi in un anti-mondo con sue regole, stili di vita, habitus, e maniere sociali. Dinamica che finisce inesorabilmente per alimentare l’auto-ghettizzazione della psiche: paradisi artificiali, Indie della mente o patrie immaginarie per soggettività deterritorializzate, avrebbe detto Salman Rusdhie.

Se libertà significa isolamento mentale, spirituale, e materiale, beh, ben venga la libertà. E che essa stia però ben lungi dal sottoscritto.

Se libertà significa annullamento parziale della propria decisionalità, come sopra suggerito, prendiamone atto partendo dal celebrare il funerale di questa idea di libertà.

domenica 11 settembre 2011

Postfazione ad un 32° giorno d'Agosto

"L'Inferno sono gli altri"
J.-P. Sartre

"L'Inferno è tutto inteso in questa parola: solitudine"
V. Hugo


Dovessi mai aver riposto la poca fiducia che merita l'umanità in poche persone, elevando scioccamente le aspettative nei loro confronti a tal punto da esserne dipendente, come un devoto profeta dell'idea eterna, romantica ed improbabile che la mia ombra coincida con alcuni nomi ed alcune biografie - come intessute alla mia stessa vita - e che la mia salute sia la loro, proprio perché la loro è la mia? Allora, non sarebbero solitudine, disinnamoramento e distacco le mie medicine? Non sarebbe forse lo squarciare decisivo (se pur esiziale) questo cordone ombelicale il mio modo di liberare queste persone dalla stretta delle mie ingombranti, ossessive, pretese attenzioni?

Dovessi esser affetto, invece, da un morbo invisibile che sporca d'oscuro ogni altro individuo, insozzando la figura del Fratello e tramutando la Sorella in una minaccia? Se questo morbo ricoprisse effettivamente di un viraggio bruno lo scenario ed i personaggi che lo animano, ingrigendo e svilendo l'Altrui condotta nella misura in cui l'ho amata? E se addirittura fossi io stesso ad attribuire la colpa per le mie ferite a tutto ciò che si muove al di fuori del perimetro del mio stesso agire, perché incapace di sopravvivere colpevole...? Allora, dico, non sarebbero solitudine e disinnamoramento la mia medicina, liberando dal peso di questo inutile inferno chi da lontano mi guarda incredulo?

Se ognuna delle mie recriminazioni fosse dovuta, infine, al fatto semplice e mostruoso che tutto l'amore del mondo non può farti star meglio quando non ti ami nemmeno un po', non sarebbero solitudine e disinnamoramento la mia medicina? Non si creerebbe una specie di compartimento placentato e stagno che mi consenta di fare i conti con me stesso?

E se invece fosse il mio modo d'amare a rendermi così claustrofobicamente piccolo. A farmi più anomalo che unico. Sicuramente incompatibile con forme molto più efficienti di sentimentalismo, poiché moderate e interpolate di strategica razionalità? Se fosse questo modo d'amare ad esigere le attenzioni che dovrebbero prestarsi ad un bambino, facendomi di fatto essere Il Bambino. Se fosse per questo che finisco per divorare immancabilmente in poche ore ciò che amo, estinguendo la foga di anni in pochi minuti?

Se fosse per effetto di questo stesso modo d'amare, poi, che esercito il ruolo di arbitro parziale e sleale, che alimenta rancore nella misura di quelle attenzione fraterne che non vedo realizzate? Un arbitro dall'infinito bisogno di carezze, sarei. Se fosse proprio quella parte mai spentasi del bambino che cerca conforto nello sguardo degli altri a dare origine a questo disappunto d'agosto? Non sarebbero solitudine e disinnamoramento la mia cura?

E se infine questo modo d'amare - il tendere a darsi a dismisura, l'esigere a dismisura - fosse una dimensione del rifiuto di crescere senza fidarsi appieno di chi comunque sia ami, il diniego del crescere soli contro tutti, e conseguenza di un non crescere affatto? Se fosse un modo tanto rischioso quanto puerile per rigettare quel principio che credevo di aver abbracciato pienamente: si nasce soli, si muore soli.

E se il mio modo d'amare fosse la resistenza psicosomatica, latente e sotterranea, che si è innescata l'attimo dopo aver fintamente accettato la solitudine di ogni individuo? Ancor più probabile, dunque, solitudine, distacco e disinnamoramento siano una cura ad hoc. Un ingrediente omeopatico atto ad allargare, se pur di poco, lo spettro della mia consapevolezza.

Ci voleva questo Agosto con una ventata di Morte, Amarezza e Verità per farmi ragionare di nuovo (a questo punto non ricordo nemmeno quanto tempo è passato dall'ultima volta che ho pensato). Venuto a portare un messaggio che prima o poi riserba a tutti: per quanto circondati da volti amabili o occhiate rancorose, non abbiamo né amici né nemici, solo attimi. L'Eternità finisce per fotterti...

mercoledì 8 dicembre 2010

meno...

Sento chiamare...non penso alla voce della coscienza, quella non fa altro che lamentarsi. E' di un richiamo più malinconico che sto parlando, e decisamente più rumoroso.
E' come ci fosse un chiasso spaventoso, di gente strepitante, folle impazzite di mercanti, risacca di tuoni e ancora trombettisti, overdrives, guerre marine e schianti d'aerei... mattatoi parlanti che ogni secondo mi raccontano di qualcosa che non sia qui e ora. Oppure, come se ogni mattina ci fosse un enorme display lampeggiante sul mio letto, che riporta il conto alla rovescia delle cose che mi legano a questo posticino comodo, sempre meno, meno...E poi, come sempre, viene il silenzio, spadroneggia e mette d'accordo tutto: voci, numeri, sentimenti.
Meglio non pensarci, mi dico...

martedì 18 maggio 2010

Ermeneutica ad un amore perenne

Solo per riempire l'ennesimo inutile post, che fra l'altro non verrà letto da nessuno.

Se è vero che è nell'assenza che ci si rende conto di ciò di cui si necessita, e onde evitare che, come spesso avviene, nell'abitudine ce ne si dimentichi o ancor peggio ci si annoi, allora è probabile che il miglior modo di amare in termini di intensità e durata sia non smettere mai di sentirsi soli, laddove ovviamente per amare si intende mettere in comune una cospicua quota della propria vita.


lunedì 3 maggio 2010

3/5/2010

"Un viaggiatore si avvicinò a certe persone che erigevano un edificio e chiese loro, ad uno ad uno: "Che cosa fate?". Uno rispose in tono irritato: "Oh, sai, da mattina a sera non facciamo altro che trasportare queste maledette pietre". Un altro si rialzò in piedi, raddrizzò le ginocchia e disse con orgoglio: "Vedi? Costruiamo un tempio", Quindi, se vedete questa meta splendente, un tempio che sorge su una verde collina, allora anche le pietre più pesanti diventano leggere e il lavoro più faticoso è piacevole"
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GORBACHEV M., Perestrojka. Il nuovo pensiero per il nostro paese e per il mondo
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Faticare diviene solerzia zelante solo ed esclusivamente se c’è luce al di là dell’orizzonte. Convinti che vi sia un nuovo giorno muoviamo verso il domani proiettandovi idee e pensieri futuribili, guardando ad un “noi in potenza”. Che sia un ulteriore modo per illudere il tempo ed i confini inopinabili che il nostro esser Umani ci porta ad avere, beh, su questo vi sono pochi dubbi.
D’altro canto, non temo a dire il vero il “viver alla giornata”. Temo piuttosto che funzioni: di trovarmici così bene da dimenticare che prima o poi la morte arriva ad esigere il saldo definitivo dei rimpianti.

martedì 20 aprile 2010

20/04/2010

L'esperienza vuota è di per se stessa fondamentale. Per esperienza vuota solitamente vuole intendersi qualcosa che non ha spifferi: come un locale senza più ingressi, isolamento di un momento abortito, vicolo cieco fra le strade tirate a lucido del domani. Tutto ciò che finisce sotto questa etichetta nasconde un segreto cardinale che non tutti sanno cogliere: il fatto che non arricchisca, o non si propaghi ex novo nei giorni venturi, che non lasci insomma una traccia, ci inorridisce a tal punto da dimenticarcene o biasimarne la sventurata natura. Le cosidette esperienza vuote invece, sembrano conservare ai miei occhi una specie di purezza, poichè non lasciano spazio all'illusione, ossia cibano davvero chi le percorre con quel poco che non può non esistere.

domenica 11 aprile 2010

11/04/2010

Non sfamerò il desiderio di narcisismo di nessuno. Fare il missionario non è affatto la mia vocazione, e nell'assenza di questa, l'impressione di sfruttamento latente (o quanto meno di utilizzo momentaneo) si moltiplica e raggomitola a dismisura dietro a ogni gesto benevolente. Senza escludere che, al di là del fatto di sentirmi patetico nel farlo, è anche probabile che acquisendo dimestichezza in questa arte diminuisca l'autostima, e questo è certamente un pericolo da bypassarsi.
C'è una voragine tra me e l'auto-lesionismo. Per questo non so infondere sicurezza se non in misura tale da esigerne a mia volta. Non credo di poter barattare affetto per affetto, e tra l'altro, credo pure che nessuno sia in grado di poterlo fare senza alcune ripercussione destabilizzante; simulare è una cosa che san far propria i mestieranti e gli imbecilli. La vita non è propriamente un mestiere, mi sembra...
Sto cercando di esser sempre più "uomo" e sempre meno oggetto sacrificale in una società-mercato tutto sommato votata all'uso rituale dei corpi, delle psicologie, della fede e delle emozioni.
Fondamentalmente, ciò che più mi preme è di esser pienamente causa sui: ossia che, in sciagurati termini, qualora debba essere proprio fottuto, mi si conceda di farlo da solo e in piena consapevolezza.
Buonanotte.

sabato 27 marzo 2010

marzo 2010

La quiete dell'anima è sempre oltre. Deve in qualche modo ancora venire, ed i suoi giorni saranno eccitanti, e di brevissima durata. E' in un'attesa di stenti che solitamente si boccheggia contando i rintocchi che separano il frastuono dall'ordine e dal silenzio. Di quell'orgasmo esistenziale ne assaggerò quanto basta per alzare nuovamente lo sguardo e stropicciarmi gli occhi, per poi chinare la testa e ritornare a correre in cerchio, rompendo il fiato attorno al niente.
Ora devo stilare una tesi di laurea concentrandomi su ciò che più mi manca, un'oblio assoggettato ad un'altra mia vita...lo farò velocissimamente, indugiando quanto basta per non disperdermi tra interstizi di enunciati e ombreggiature lessicali troppo labili.
Singhiozzo al pensiero di aver perso la libido epistemologica sbocciata spontaneamente nei giorni armeni, con un disimpegno partecipativo che mi concedeva sguardi curiosi e penetranti. Era un regalo simile a quando riesci a passare qualche ora fra le coperte di qualche sconosciuta, che può solo passarti della sua linfa, senza chiedere nulla in cambio, nemmeno di conoscere il tuo nome.
La sintesi risolutoria dunque deve ineluttabilmente comparire sempre al passo successivo, risplendere un attimo per poi sfuggire nuovamente, dopo che la si è trattenuta appena un attimo fra le dita, una carezza, un bacio e via....
Sentirsi a casa lontano da casa è così commovente. E risplende talvolta su chi mi è più vicino questo pensiero, annerendone le sagome e dando loro una postura informe.
Qua sento tutta l'afa domestica e la pesantezza quadrangolare di una cella all'occidentale: cosmetica delle azioni, senso dell'allineamento e coprifuoco della coscienza.

domenica 7 febbraio 2010

Dialogo sulle superfici

-Parte Prima e Ultima-
Più le esperienze appaiono complesse, sbiadite e inestricabili, più le apprezzo a brevissimo termine. Diapositive viventi e dimenticate...La superficialità è un mestiere. Non dico un'arte, ma piuttosto la capacità lestofante nel non lasciarsi catturare dai sensi più di un attimo, evitando di sprofondare nelle viscere calde di una frequentazione, un istante intellettualmente provocante o un'amicizia eternizzata più con la passione e con la costanza...D'altronde, investire molto tempo su una o più circostanze, significa avere tanto da recriminargli. E sarebbe opportunissimo indirizzare le nostre lamentele verso chi vorremmo le ascoltasse.
Vuoto a perdere, spazio guadagnato.

martedì 12 gennaio 2010

Rosarno/Calabria/Italia

Che cosa è succeso a ROSARNO? Semplificando, taluni extracomunitari, in minoranza illegali, assoldati per lavoretti quotidiani rigorosamente in nero negli aranceti delle campagne limitrofe con il tariffario di 1 euro a cassa, trascorrono il loro "tempo libero", la parte truculenta della vita, in casermoni allestiti a stalla o tendopoli di fortuna in condizioni di totale evanescenza garantista. Questi ragazzi, partiti dalla loro terra natale, l'Africa, in cerca di lavoro e profitti nell'eldorado Europa, come spesso avviene, sacrificano le condizioni di vita nell'ottica di poter incamerare un salario utile alla sopravvivenza materiale di loro stessi e delle loro famiglie. Barattano con un lavoro lo stile di vita, le condizioni igieniche, le possibilità potenziali di integrazione ecc.. Questi signori di colore, a quanto pare, si accorgono ad un certo punto che c'è qualcosa che non rientra nel loro regime di tolleranza: il pizzo. L'ndrangheta, filiare della più celeberrima mafia, comunica con loro attraverso quegli stessi schemi utilizzati con le famiglie del luogo da decenni. Sfruttamenti ingiustificati fatti passare come protezione dietro corrispettivo in denaro, favori, fedeltà. Pare che non l'abbiano digerito, e hanno fatto un casino. La risposta pervenuta è quella ordinaria del dialogo tra associazione per delinquere e disubbidiente: qualcuno gli ha sparato addosso. Ancora più casino. Spaccano macchine, rovesciano bidoni dell'immondizia, scagliano oggetti...o almeno così è parso dalle immagini alla televisione. Sono furibondi, schiumano voglia di sfogarsi, di spaventare, di non arrendersi ai proiettili intimidatori. E si ribellano a tale sistema, a me pare... La popolazione si è sentita, magari a ragione, intimorita e/o minacciata. Conseguenza, si oppone decisamente alla deriva oltranzista e "nera" dei dissidenti ospiti, in modi ultimamente consueti: ronde, ossia protesta a partecipazione civile, ovvero contro-ira... Conclusione. La stragrande maggioranza di questi migranti viene fatta traslocare (oppure è fatta sfollare, a seconda del senso di solidarietà per l'una o l'altra parte) verso altri lidi. E finalmente, come sempre quando trattare il problema diventa pleonastico, Vaticano, opposizione e maggiornaza, danno l'avvio alle sempre verdi circonvoluzioni progandastico-allucinatorie aggiornandole all'ultimo evento: dati reali pescati con coerenza partitica, opinioni pubblica dopata di modo che sia telegenica (o stato-genica?), soluzioni marziane, questioni sollevate di slancio che nulla insinuano se non il dubbio che si voglia parlar d'altro, accuse (o presunte calunnie) di razzismo che compiacciono solo chi le deplora, pseudo-esterofilia e quant'altro...

Dopodiché, la COLPA. Di chi è la colpa? Le dottrine interpretative sono svariate. La colpa è del mercato flessibile, che porta il frutticoltore a svendere le arancia a 20 centesimi al Kg, affidandosi conseguentemente al mercato nero (sia nell'epidermide che nella struttura contributivo-contrattuale inesistente), manovalanza monouso, più elastica, e che rende la raccolta meno costosa.; la colpa è dell' Ndrangheta, delle famiglie Pesce e Bellocco regnanti assolute della zona, e di tutta la delinquenza spontanea annidata e secolare, che attorno al centro di riferimento viene a spuntare sistematicamente; la colpa è del razzismo latente, oramai egemone in Italia per via di certi comportamente etnici, ma anche politici, e sorto dall'insopportabilità della clandestinità che spinge al rifiuto dell'illegalità, dell'eccesso di afflussi umani ingiustificati; la colpa è della tracotanza dei migranti africani, che minacciano l'ordine pubblico e fanno come fossero a casa loro, barcolando nell'illegalità senza neppure esibire educazione nè riconoscenza; la colpa è della protratta latintanza dello Stato, sia nel sud in quanto tale, dove per conseguenza l'auto-governo mafiocratico ha avuto gioco facile, sia nel pessimo monitoraggio degli ingressi clandestini...Il minimo comun denominatore risulta esser che la colpa è comunque ed inellutabilmente dell'altro, chiunque egli sia. L'importanza preliminare è di non sentirsi colpevoli, responsabili o anche semplicemente conniventi.

I fattori che infine non hanno lasciato il solco che avrebbero dovuto tra dispacci e disamine che hanno seguito l'evento sono però altri. Primo, fenomeni come questi, che mettono a nudo le problematiche palesi di questo paese, assieme agli scandali mediatici, il malgoverno, le irregolarità strutturali, il cosiddetto pensare mafioso e così via, non fanno altro che rinforzare di volta in volta il modus pensandi politico-sociale dominante. Ogni volta emerga un angolo appena di tutta questa inefficenza, l'elite competente di turno trova le basi per allestire il proprio successo. Talvolta dando alla piazza il modo di inveire contro qualche personalità sacrificale, ma quell'araba fenice che é il sistema poliedrico ed ultra-adattabile di base, che è causa degli stessi altisonanti disordini rimane intonso, poichè nutre la polemica immischiandosi: camuffandosi da parte civile lesa. Sempre la stessa storia, tanto da sentirmi io stesso monotono nel ripensarla e descriverla ancora una volta, dicendomi in fine: "Finisci sempre per vedere le stesse cose ovunque, non sai pensare ad altro?". Devo fare uno sforzo ulteriore e conservare lucidita, espellere le suggestioni fuorvianti con piedi ben saldi e sguado fisso sui contorni sbiaditi di quella macchina, articolata e inusitata, scheletro magmatico di una politica solo apparentemente sprovvista di punti d'appoggio profondissimi nelle nostre coscienze.
Secondo, alle gesta dei migranti è stata data un interpretazione ed un peso sociale probabilmente fuorviante. Il ribellarsi al regime di sfruttamente al quale sono sottoposti non solo loro, ma buona parte della popolazione dell'Italia meridionale, va a toccare sopratutto quell'impotenza sociale che oramai caratterizza il terreno fertile per l'illecito e la delinquenza organizzata. E' non solo interessante, ma anche sintomatico il fatto che la sollevazione dettata dall'inaccettabilità di tale sistema sia condotta dall' "esterno", colui cioè che è estraneo al malcostume locale e disabituato a questo genere di pratiche. Questo ci comunica che ha ancora un senso dissentire.

venerdì 18 dicembre 2009

Meeting

Stamattina ho presentato i risultati del lavoro sul Karabakh nel corso di una tavola rotonda alla sede dell'ACNIS a Yerevan.
Potrete trovare qualche dettaglio nei seguenti link:
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Сейчас я готов уехать.
С ностальгией за дом мой, которая скоро станет стойким желанием быть здесь.
Это место подождёт мне...

mercoledì 16 dicembre 2009

Saghmosavanq

Gitarella fuori porta: in uno di quei posti che di solito non visiti, espulsi inplausibilmente dai luoghi preselezionati poichè non evocativo della storia, della cultura, delle tradizioni. Non turistici insomma.
Ci son capitato anch'io per caso, infatti, solo perchè un amico qui possiede un pezzo di terra, e ci teneva a mostrarmela. Una campagna qualunque dell'armenia, delimitata da uno strapiombo; una chiesa innerita e diroccata di non si sa bene quanti anni poco distante, bestie che pascolano, qualche sentiero battuto seguito parallelamente da un canaletto per l'irrigazione semicongelato;terrapieni di zolle polverosi e fredde. Si sta cominciando a coltivarla questa terra quasi vergine, dice. Ma ora è inverno, e d'invero l'Armenia è silenziosa, immobile, morta. Sono riuscito a distinguere dei pomodori e dei noci. Ma anche dove la terra è spoglia, sono i segni dell'aratro e della recente lavorazione che mi inducono a capire che qui c'è vita. I ricchi l'hanno addocchiata, aggiunge: dall'altra parte della strada, infatti, cominciano a ergersi le loro sfarzose residenze stagionali.

Ma per il momento, sono ancora il candido isolamento e l'abbandono bucolico le sensazioni che mi procura.

domenica 13 dicembre 2009

-7

Il 21 atterro a Roma. Torno a casa.
In questa mia Italiuzza scombussolata e tanto agognata da chi non ci vive...ad una settimana dal mio ritono comincio a rivederne integralmente la sagoma all'orizzonte, carnosa e meticcia, attraveso i mezzi informatici di cui dispongo.
Emergono scenari usuali, ripetitivi...contestazioni ed insulti, proiettili giuridici fatti passare per innoque leggiucole, paladini della legalita intirizziti e insonstanziali: e poi cult sempreverdi: volti grondanti sangue, aggressioni, miracolati.
E LUI che alla fine vince, in un modo o nell'altro, aspettando il momento giusto per assumere le sembianze della vittima sacrificale, capro espiatorio sorridente e redento. Il solito, insomma. Ho proprio vogli di tornare....
Comunque, in Italia siamo forse giunti alla sclerosi civile? Se cosi fosse non è di certo da ieri. Personalmente non lo credo, ma me lo auguro vivamente. Sarebbe insolito, che dico, rivoluzionario, esser affetti da tale patologia di massa: un nobile malessere per un paese mai svezzato, attendista e paraculo come il nostro. In ogni caso, dovesse mai esplodere una sindrome del genere, credo finirebbe all'Italiana: in un lampo di mutismo dis-allarmante, tranquillizzante, castrante.
Sto per tornarci in mezzo a quel famialiare caos di sensi mediatici ottenebranti e demotivanti che è l'Italietta scalza e impiastricciata... "Teatro dell'azzenza", così V. Capossela apostrofa Milano. Il mio paese è cromosomicamente dirottato verso una celere metamorfosi che lo induca ad esser Una Grossa Milano 2?
Non lo so. Se così fosse, ciò allegerirebbe di gran lunga la vita affaccendata di molti dei nostri rappresentanti parlamentari, e son certo che in un paio di decadi diverrebbe proprio ciò che la maggioranza dell'elettorato voleva. Sogno realizzato da un governo incline all'autocontaminazione.

Il sistema politico italiota post-darwinista: in cui il più furbo determina l'ambiente atto alla propria sopravvivenza sociale.
Urrà...

martedì 8 dicembre 2009

18 DICEMBRE 2008 - Final Meeting




Confermata la conferenza definitiva di presentazione e discussione del progetto di ricerca socio-antropologica nel Nagorno-Karabakh, condotto dal sottoscritto fra il settembre e l'ottobre di quest'anno, intitolato:

Some Proofs for a Karabakh Armenians Understanding

Avrò l'onore ed il piacere di beneficiare della partecipazione attiva di Mr. Richard Giragosian - Direttore dell' Armenian Center for National & International Studies - il quale introdurrà l'evento con una panoramica complessiva sugli aspetti geopolitici e strategici concernenti la regione del Karabakh, e della Dott.sa Ilenia Santin - Prof.ssa di Lingua Italiana presso la Yerevan Brusov University, e con una carriera diplomatica alle spalle - nel ruolo di traduttrice-agevolatrice del sottoscritto.
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Moderatore: Dott. Bruno Scapini - Ambasciatore d'Italia in Armenia
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Prevista partecipazione da parte di: staff ACNIS; staff Ambasciata Italiana; Laureandi presso la Brusov University; alcuni Docenti tra quelli del Dipartimento di Antropologia dell'Accademia delle Scienze di Yerevan oltre che della Yerevan State University; rappresentanze ONU & OSCE.
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A breve dettagliati ragguagli!

giovedì 3 dicembre 2009

Geghard

Un foro di panismo religioso, un sodalizio armonioso che accoppia materialmente ambiente e struttura architettonica, luogo di culto isolato ed attorniato da guglie rocciose, in cui l'antico cristianesimo armeno si fonde con la roccia, con il paesaggio, facendo dell'uomo e del suo Dio un tutt'uno con la natura.
Ignoro quali circostanze artistiche e/o strumentali indussero i monaci ha costruire nel XIII secolo una parte del monastero di Geghard direttamente dentro la montagna. Si sa per certo che il complesso cenobitico, con le celle monastiche ricavate scavando cunicoli nella roccia, risale al IV secolo. La chiesa, parte più giovane di tutta la struttura, riassume esemplarmente l'operato classico dell'architettura armena medievale. Ad essa si accede dal lato sinistro, dove la sua pianta muraria si conficca nella montagna, trovandovi forse un appoggio strutturale, e di li si entra nelle sue segrete, stanze fredde e buie, dove a segnare la strada ci son solo le centinaia di candele giallastre accese di fedeli.
Si narra che l'antico complesso fu fondato personalmente da San Gregorio l'Illuminatore, nel luogo in cui sgorgava una sorgente sacra: questa fonte è ancora viva, e ha scavato un sottile canale naturale che trapassa da angolo ad angolo la cripta principale. Oggi non manca chi vi lancia una moneta, chi si immerge parzialmente nella pozza principale, chi ne approfitta per portarne a casa un campione. Il sacro e il pop-folk si compenetrano in ogni luogo del mondo.
Il monastero divenne inoltre celeberrimo in quanto custodiva la presunta "punta" della lancia che trafisse il costato di Cristo, portata sino in Caucaso dall'apostolo Taddeo, oggi custodita al Katolikhos di Echmiadzin. Il nome di questo complesso monastico difatti significa in armeno "Monastero della Lancia".
Le cripte, piuttosto numerose, si allacciano le une alle altre attraverso cunicoli e gallerie che - per intenderci - non permettono ad una macchina fotografica piuttosto scarsa come la mia, di fare memoria.
Le pareti interne di viva roccia, sono lavorate e incise con tutta la simbolgia di rito, con quei motivi che spesso ho ritrovato presso le strutture cerimoniali incontrate lungo il mio cammino, sia in Armenia che nel Karabakh. I solchi che tracciano acquisiscono un riflesso gessato al flesh delle macchine, frutto del calcare che si è via via annidato e sedimentato, risultato della forte umidità.

domenica 29 novembre 2009

Il Tempio di Garni


Il tempio di Garni, in stile Ionico, è dedicato a Mitra e fu costruito nel I secolo d.C. dall'imperatore d'Armenia Tridate I, grazie ai finanziamenti che questi ottenne da Nerone. Unico superstite di un complesso di templi distrutti subito dopo la conversione al cristianesimo. Un barlume di architettura ellenistica che racconta dell'influenza politico-culturale che l'antica Grecia aveva su questa regione. Ampiamente ricostruito dopo un terremoto che lo abbatté quasi integralmente, sembra un collage di pprzioni originali e fac-simili (una minima parte, va detto): nel complesso, evocatorio e suggestivo. Internamente si è conservato l'altare cerimoniale.
Nei secoli succesivi alla cristianizzazione dell'impero, fu una zona cinta da torri e mura, delle quali una minima parte è rimasta intatta, utilizzata come residenza estiva dai re d'armenia. Tutto attorno gli scavi proseguono nel tentativo di dissotterrarne la villa imperiale. Il canyon sottostante, con il passaggio del fiumiciattolo Azad, la rende effettivamente una zona incantevole e rilasssante.
Buona per una domenica in compagnia, alla ricerca della storia antica di questa regione nei luoghi in cui essa si racconta.

venerdì 27 novembre 2009

Ararat

Finalmente...
Eccolo qua, prima volta che mi si presenta davanti all'improvviso con la macchinetta in tasca. Colgo l'occasione per mostrarlo anche a voi...

Più si penetra nell'inverno e più spesso compare....o meglio, compaiono, il Piccolo e il Grande Ararat...a ricordare che la Turchia è vicina.
Oggi ho provato a fare il biglietto per tornarmene a casa...missione fallita.

Comunque, ho immaginato fosse venuto fuori per salutarmi...

Inoltre, sopra Yerevan son sbucate montagne invisibile prima, tutte innevate, come lucidate a nuovo...Ma quanto sono stato chiuso in casa?!
Magari non le avevo mai notate? In quel pendant estivo/ottobrino si confondevano con l'orizzonte mattonato di tufi e basalti, le prime cime arse e sbuciacchiate, con la vegetazione risecchita e impiastricciata...

Bah, sia come sia, domani le mie sorelline mi portano fuori città! Vado a fare il turista...